Domanda: come fare per pubblicizzare la sponsorizzazione di una squadra di basket da parte di una nota azienda produttrice di motoveicoli?
Risposta: realizzando un poster dove un giocatore della suddetta squadra è ritratto mentre, dopo aver saltato una motocicletta dell'azienda di cui sopra, si proietta a canestro.
Questo quesito (risolto nel modo illustrato) ha riguardato la Pallacanestro Varese all'alba della stagione 1982-83. Il giocatore ritratto nel poster è Kevin Dornell Magee.
Nato a Gary (Indiana) nel '59, ala di 2.03 per 104 kg, Kevin arriva a Varese dopo l'esperienza univerisitaria. Il primo anno di college lo passa a Southeastern Louisiana, dove non giocherà mai una partita. I due anni seguenti li gioca nel piccolo college di Saddleback, dove inizia a collezionare cifre importanti (21,6 punti e 10,2 rimbalzi il primo anno; arrivando addirittura a 29,3 e 13,2 nella seconda stagione). Numeri del genere non passano inosservati: arriva la chiamata dalla più prestigiosa U.C. (Univeristy of California Irvine).
A California, sebbene non riesca a portare la squadra al torneo NCAA, diventa un idolo del pubblico grazie a due annate da incorniciare: 27,5 punti e 12,5 rimbalzi il primo anno, 25,2 e 12,2 il secondo, tirando sempre con percentuali a dir poco sontuose (67,1% e 64,2%).
Si tratta di un grande atleta con doti fisiche fuori dalla norma, che gli consentono giocate di potenza nei pressi del canestro, grande rimbalzista, ma dotato di una mano docilissima anche dalla distanza (caratteristica che affinerà nel corso della carriera). Queste qualità ne fanno un grandissimo attaccante e realizzatore, andando a sopperire a qualche magagna quando si trova ad operare nella metà campo difensiva.
Le prestazioni con la maglia di U.C. gli valgono, per entrambe le stagioni giocate a Irvine, durante le quali la squadra totalizza un record di 40-17, il premio come miglior giocatore della Pacific Coast Athletic Association. I suoi record personali, daltronde, parlano chiaro: nel 1981, contro Loyola Marymount, mette a referto 46 punti, mentre nell'82 cattura 25 rimbalzi contro Long Beach State.
La fama raggiunta è ormai su scala nazionale: viene nominato, per le due stagioni a California, nel primo quintetto All-America. Il primo anno è in compagnia di Isiah Thomas, Danny Ainge, Mark Aguirre e Ralph Sampson (i primi tre diverranno campioni NBA, il terzo giocherà una finale). Nel secondo anno, invece, con lui ci sono Quintin Dailey, Sleepy Floyd, Terry Cummings e di nuovo Ralph Sampson. In questa occasione precede, nel ruolo di ala, James Worthy, che finisce nel secondo quintetto, e Domique Wilkins, che viene nominato nel terzo.
Nel libro dei record NCAA è alla posizione numero 8 per percentuale dal campo in carriera (65,6% di media) dove precede, tra gli altri, i nomi di Bill Walton, Larry Johnson, Lew Alcindor (poi Kareem Abdul-Jabbar) e Akeem Olajuwon. Nel 1981 chiude al terzo posto della classifica marcatori, mentre nell'82 compare al quarto posto.
Ovviamente il suo numero 44 viene ritirato (unico esempio nella storia dell'ateneo) e nel '97 viene introdotto nella Hall of Fame di U.C.
Si dice che le sue imprese sul campo, attirando un gran numero di spettatori, abbiano spinto i dirigenti dell'Università a progettare un nuovo impianto di gioco più capiente.
Chiusa la parentesi universitaria è tempo di provare ad entrare nel mondo Nba, che però per Kevin rimarrà solo un sogno. Viene scelto dai Phoenix Suns al secondo giro con il numero 39 nel draft del 1982. I motivi per cui scende così in basso nell'ordine di scelta sono probabilmente dovute, causa infortunio subito durante l'NIT, alle deludenti prestazioni offerte al pre-draft camp di Chicago (Lou Carnesecca, commentando la sua scelta al n.39., dirà "incredibile! Potrebbe facilmente essere matricola dell'anno").
I Suns gli offrono solo un contratto non garantito. La delusione è grande e lo spinge automaticamente a cercare un ingaggio in Europa.
Ed è a questo punto che, forse complici i buoni rapporti tra la Pallacanestro Varese e la famiglia Colangelo, Magee accetta la buona offerta della squadra lombarda ed arriva in Italia.
Per la stagione 82-83, targata Cagiva (vedi domanda iniziale), Varese gioca con Anchisi, Mentasti, Ciccio Della Fiori e, a far coppia con Magee come altro straniero, Cedric "Cedro" Hordges. La squadra chiude una discreta stagione regolare al settimo posto, con un record di 18-12.
In compenso Kevin è inarrestabile: è terzo per media punti a 25,9 ed addirittura primo rimbalzista con 14,8 carambole a partita. Nei playoff, superato il primo turno contro Caserta per 2-1, subisce l'eliminazione nei quarti di finale da Milano (2-0), che perderà poi la finale contro Roma.
Al termine della stagione Varese gli offre un contratto di un anno, che Kevin rifiuta tornando negli Usa per tentare nuovamente la carta NBA. Questa volta il taglio arriva ad una settimana dall'inizio del campionato: non gli resta che tornare in Europa.
La stagione 1983-84 lo vede quindi protagonista in Spagna, dove ancora una volta il suo solido gioco in area, la potenza e le giocate spettacolari ne fanno l'idolo dei tifosi del CAI Saragozza, anche grazie ai 25,5 punti e 10,4 rimbalzi a partita. Il momento clou di quella stagione è rappresentato dalla finale di Coppa del Re, disputata in casa contro il blasonatissimo Barcellona (che aveva vinto le ultime 6 edizioni). Kevin disputa una gran partita e la sua squadra, vincendo 81-78, si aggiudica il trofeo: i tifosi lo portano in trionfo e l'immagine che lo vede bere da una delle caratteristiche boracce, circondato dai tifosi aragonesi, è considerata un'icona del basket spagnolo di quegli anni.
L'esperienza spagnola dura un solo anno: viene ingaggiato dal Maccabi Tel Aviv, dove rimarrà per 6 stagioni. In Israele ha la possibilità di giocare al fianco di grandi campioni (Miki Berkowitz, Doron Jamchi, Lee Johnson, Ken Barlow) e soprattutto di cimentarsi nella competizione europea più blasonata: la Coppa dei Campioni.
Nell'estate dell'84 il fato gli offre la possibilità di prendersi una rivincita su quel mondo NBA che non gli ha mai aperto le sue porte. Ad agosto, infatti, arrivano a Tel Aviv, per un torneo che vede coinvolto anche l'Hapoel, i New Jersey Nets ed i Phoenix Suns (per la cronaca a settembre saranno anche in Italia dove giocheranno contro Varese, Milano e la Vritus Bologna).
Nella prima semifinale i Suns passeggiano contro l'Hapoel, ma nella seconda partita il Maccabi stupisce vincendo contro i Nets grazie a Lee Johnson (37p. e 12r.), Miki Berkowitz (26p.) ed appunto Kevin Magee, che segna 23 punti (per i Nets ci sono 24p. di Albert King, 17 di Otis Birdsong e 13 di Jeff Turner). La finale contro i Suns, nonostante la squadra dell'Arizona sia reduce dalla finale della Western Conference giocata pochi mesi prima, non ha storia: il Maccabi arriva ad avere anche 30 punti di vantaggio e chiude la partita vincendo 113-98. Johnson e Berkowitz sono ancora protagonisti (28 e 20 punti rispettivamente), ma la stella della serata è Kevin Magee, che segna 36 punti prendendosi una bella rivincita su chi non ha creduto in lui.
Nei confini nazionali il Maccabi, come di norma, è dominatore assoluto, e con Magee nel roster si aggiudica 6 titoli consecutivi e 5 coppe nazionali. Come accaduto in Spagna diventa l'idolo dei tifosi, che lo riconoscono e fermano ovunque per un autografo che non viene negato a nessuno. La sua popolarità è talmente grande che la principale azienda israeliana di dolciumi usa il suo nome per uno dei suoi prodotti.
Anche in campo europeo le vittorie non mancano e riesce a centrare 3 finali consecutive di Coppa dei Campioni.
La prima finale, nel 1987, si gioca a Losanna e vede il Maccabi confrontarsi con la Tracer Milano di D'Antoni, McAdoo e Meneghin, guidata in panchina da coach Peterson.
Magee si trova quindi ad incrociare le armi proprio contro il centro italiano, che lo conosce molto bene dati i trascorsi nel campionato italiano.
Proprio la marcatura del grande Dino, molto fisica e spesso ai limiti del regolamento, è uno dei principali motivi del successo della squadra milanese: Magee mal digerisce la difesa di Meneghin, si innervosice e si trova troppo presto gravato di falli, che ne limitano il minutaggio ed il rendimento.
La partita è equilibrata e molto fisica e nonostante i 24 punti di Lee Johnson (Magee si ferma a quota 16 ) Milano la spunta 71-69, grazie ad un grande Premier (23 punti), ben supportato da McAdoo (21) e Barlow (19).
L'anno successivo, in cui la competizione inaugura la formula delle final four, il Maccabi inserisce nel roster proprio lo stesso Barlow, con l'obiettivo di tentare un nuovo assalto al trofeo. L'obiettivo di raggiungere le final four è centrato e la squadra israeliana deve vedersela contro il Partizan di Divac e Paspalj, mentre nell'altra semifinale Milano campione uscente affronta l'Aris Salonicco di Galis e Yannakis.
Milano arriva in finale vincendo 87-82 grazie a 67 punti dei due americani McAdoo (39) e Rickey Brown (28); inutili per i greci i 28 punti di Galis.
Il Maccabi invece la spunta, con il medesimo punteggio, contro il Partizan, che viene demolito da 34 punti di Magee: la finale di Gand vedrà confontarsi le stesse squadre dell'anno precedente.
Anche in questa occasione è Milano (McAdoo 25 punti) che si aggiudica il trofeo, vincendo per 90-84. Magee, limitato nuvamente dai falli e ben controllato da Meneghin, gioca solo 27 minuti realizzando 13 punti e catturando 6 rimbalzi.
Nel 1989 la sede delle final four è Monaco, dove il Maccabi arriva per giocare la semifinale contro l'Aris Salonicco, mentre il Barcellona incontra la Jugoplastika di Spalato dei talenti Kukoc e Radja.
Anche in questa occasione la semifinale vede Magee protagonista di una grande partita, chiusa con 29 punti, guidando i suoi ad una facile vittoria per 99-86.
La finale, però, seppur equlibrata è tutt'altra faccenda: Kucok e Radja mettono a referto, rispettivamente, 18 e 20 punti (per Dino anche 10 rimbalzi), che valgono la vittoria per 75-69 ed il primo di tre trofei consecutivi. Per Magee, che questa volta gioca 40 minuti, ci sono 10 punti, con brutte percentuali dal campo, e 11 rimbalzi.
La delusione per le tre finali perse convince la dirigenza del Maccabi a voltare pagina, rinunciando definitivamente a Magee, che nella stagione 1990-91 ritorna in Spagna al CAI Saragozza, dove nessuno lo ha dimenticato. Certo il suo gioco, rispetto a quanto visto nell' '83, è cambiato: l'esplosività non è più la stessa, ma viene compensata da un efficace tiro in sospensione, mentre l'esperienza acquisita gli consente di essere ancora un ottimo rimblazista.
Chiude la stagione a 25,5 punti e 12,7 rimbalzi (primo del campionato spagnolo) di media e raggiunge, ancora una volta, una finale europea.
Si tratta della Coppa delle Coppe, che il CAI disputa contro il PAOK Salonicco. Sono i greci però a vincere 76-72, guidati da 31 punti di Prelevic e 20 di Barlow (chi si rivede!), mentre Magee
si ferma a 17 punti.
L'anno seguente è la volta di un altro ritorno, questa volta nel campionato italiano con la maglia della Robe di Kappa Torino. Anche a Torino le statistiche parlano di un'ottima annata, con 21,9 punti e 13,4 rimbalzi di media (in due occasioni cattura addirittura 21 carambole). Sempre di rilievo, poi, le percentuali al tiro (63,6% da 2 e 32,7 da 3). La squadra, che vede a roster Abbio, Della Valle, Zamberlan e Bobby Lee Hurt, chiude la regular season al nono posto e viene eliminata negli ottavi di playoff da Caserta.
Al termine della stagione Kevin ha ormai 33 anni e spende le successive stagioni in Francia al Racing Parigi (con 20,6 punti e 13,5rimbalzi) ed un ultimo ritorno in Israele nel modesto Rishon (20,0p, 10,2r).
Terminata la carriera sportiva torna negli Usa con la famiglia, ma ancora una volta il fato gli volta le spalle: il 23 ottobre 2003 muore in un incidente d'auto a 44 anni (lo stesso numero ritirato da California), lasciando la moglie Melanie e i figli Brandy, Jacob e Jeremy.
Chi ha avuto la fortuna di vederlo giocare non può non considerarlo tra i più forti giocatori americani mai venuti in Europa; solo l'essersi trovato di fronte due delle più grandi squadre della storia (Milano e Spalato che in quegli anni vinceranno 5 Coppe Campioni consecutive) gli ha impedito di arricchire, con la gemma più preziosa, un palmares comunque di tutto rispetto.
La sua forza, la sua esplosività, la voglia di attaccare il ferro, l'efficacia del suo tiro e la fame di rimblazi, che hanno contraddistinto la sua carriera, lo collocano di diritto tra i grandissimi (pur non avendo mai vinto il massimo trofeo è inserito nella rosa dei 50 più forti giocatori citati dal sito dell'Eurolega). Impossibile dimenticare Kevin Dornell Magee.
venerdì 22 ottobre 2010
martedì 19 ottobre 2010
10 motivi/momenti per essere un fan dei Lakers
Ebbene sì fin dai tempi in cui coach Peterson ci deliziava con le sue prime telecronache italiane sul basket NBA, la mia simpatia andò alla squadra gialloviola.
Oddio ai tempi, complice anche il limitato numero di partite trasmesse, la gran parte degli appassionati che cominciavano ad interessarsi a questo mondo si divideva, più o meno equamente, tra il Celtic pride di Bird & C. e gli inquilini del Faboulous Forum di Inglewood. Per la verità qualche tifoso dei Sixers di Doctor J. c'era, ma si trattava comunque di eccezioni.
Mi sono divertito a riepilogare, con il classico meccanismo del count-down, 10 motivi/momenti per essere un fan dei Lakers ed eccoli riassunti:
10 Il capo degli "ultras": Jack Nicholson
9 Coach Phil Jackson
8 Parata per il titolo 1987 Pat Riley dichiara: “I guarantee you we will repeat as champions next year”: sarà back to back
7 La rimonta da -15 contro Portland in gara7 delle finali di conference del 2000
6 Fisher & Horry: l'arte dell'ultimo tiro
5 La rivalità con i Celtics
4 Kobe & Shaq
3 Magic to Kareem
2 Il "junior" sky hook di Magic in gara 4 delle finali '87
1 Lo show time degli anni '80
Oddio ai tempi, complice anche il limitato numero di partite trasmesse, la gran parte degli appassionati che cominciavano ad interessarsi a questo mondo si divideva, più o meno equamente, tra il Celtic pride di Bird & C. e gli inquilini del Faboulous Forum di Inglewood. Per la verità qualche tifoso dei Sixers di Doctor J. c'era, ma si trattava comunque di eccezioni.
Mi sono divertito a riepilogare, con il classico meccanismo del count-down, 10 motivi/momenti per essere un fan dei Lakers ed eccoli riassunti:
10 Il capo degli "ultras": Jack Nicholson
9 Coach Phil Jackson
8 Parata per il titolo 1987 Pat Riley dichiara: “I guarantee you we will repeat as champions next year”: sarà back to back
7 La rimonta da -15 contro Portland in gara7 delle finali di conference del 2000
6 Fisher & Horry: l'arte dell'ultimo tiro
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4 Kobe & Shaq
3 Magic to Kareem
2 Il "junior" sky hook di Magic in gara 4 delle finali '87
1 Lo show time degli anni '80
mercoledì 16 giugno 2010
I pallini di SB
Anni orsono Super Basket, diretto dal maestro Giordani, era un must per qualsiasi appassionato della palla a spicchi. Oltre allo storico editoriale del direttore, "Piombo rovente", non si contavano gli ottimi articoli presenti, tanto che alle volte si aveva la sensazione, complice anche la dimensione dei caratteri, che fosse immane lo sforzo di riuscire a impaginarli tutti nello stesso numero.
Tonnellate di statistiche (in contumacia Internet era una fonte impareggiabile), commenti interessanti, l'immancabile spazio NBA, anche questo ricchissimo di cifre, ed un tono spesso incline alla polemica, per altro sempre costruttiva, erano gli ingredienti principali. Imperdibile, per gli amanti del genere, lo speciale America che chiudeva la stagione stelle e strisce. Si trattava di un autentico numero enciclopedia su tutta l'attività Usa (oltre a NBA e NCAA c'era addirittura spazio per i migliori prospetti dell'high-school) con montagne di statistiche e albi d'oro di tutte le competizioni e dei principali premi individuali (in era pre-Internet era impossibile trovare di meglio).
Immancabili, poi, almeno per me, i cosiddetti "pallini": micro-notizie presenti qua e là nella rivista. Spesso si trattava di semplici informazioni, ma in altri casi erano veri e propri commenti al curaro, rimostranze, critiche o addirittura piccoli sfottò verso società, giocatori o personaggi in relazione col mondo del basket.
Voglio riprendere l'idea di SB e proporvi alcuni "pallini".
Tonnellate di statistiche (in contumacia Internet era una fonte impareggiabile), commenti interessanti, l'immancabile spazio NBA, anche questo ricchissimo di cifre, ed un tono spesso incline alla polemica, per altro sempre costruttiva, erano gli ingredienti principali. Imperdibile, per gli amanti del genere, lo speciale America che chiudeva la stagione stelle e strisce. Si trattava di un autentico numero enciclopedia su tutta l'attività Usa (oltre a NBA e NCAA c'era addirittura spazio per i migliori prospetti dell'high-school) con montagne di statistiche e albi d'oro di tutte le competizioni e dei principali premi individuali (in era pre-Internet era impossibile trovare di meglio).
Immancabili, poi, almeno per me, i cosiddetti "pallini": micro-notizie presenti qua e là nella rivista. Spesso si trattava di semplici informazioni, ma in altri casi erano veri e propri commenti al curaro, rimostranze, critiche o addirittura piccoli sfottò verso società, giocatori o personaggi in relazione col mondo del basket.
Voglio riprendere l'idea di SB e proporvi alcuni "pallini".
- Il dominio di Siena in campionato non fa bene al basekt italiano e nemmeno alla stessa Siena.
- Il declino del livello tecnico del basket italiano ed europeo è iniziato con l'espansione delle franchigie NBA.
- Bob McAdoo è accreditato del seguente commento: "oggi in NBA ci sono giocatori che ai miei tempi non avrebbero superato il training camp".
- Il basket italiano, se vuole tornare su livelli accettabili rispetto alla sua storia, deve ripartire dal reclutamento.
- Chi critica le attuali telecronache di coach Peterson su SI non ricorda l'importanza storica dei suoi commenti per lanciare il mondo NBA in Italia.
- Chi critica le attuali telecronache di Guido Bagatta su SI fa bene.
- Varese è tornata a vincere, nell'anno della stella, solo dopo aver definitivamente messo da parte ogni confronto con lo squadrone degli anni '70.
- Varese se vuole tornare competitiva deve dimenticare ogni confronto con la squadra della stella.
- La nazionale italiana non è mai riuscita a fare da traino al movimento nemmeno quando vinceva; figuriamoci adesso che fatica a qualificarsi per gli europei.
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