Basket Tales
Storie di basket e varia umanità
venerdì 22 ottobre 2010
L'uomo che saltava le motociclette
Risposta: realizzando un poster dove un giocatore della suddetta squadra è ritratto mentre, dopo aver saltato una motocicletta dell'azienda di cui sopra, si proietta a canestro.
Questo quesito (risolto nel modo illustrato) ha riguardato la Pallacanestro Varese all'alba della stagione 1982-83. Il giocatore ritratto nel poster è Kevin Dornell Magee.
Nato a Gary (Indiana) nel '59, ala di 2.03 per 104 kg, Kevin arriva a Varese dopo l'esperienza univerisitaria. Il primo anno di college lo passa a Southeastern Louisiana, dove non giocherà mai una partita. I due anni seguenti li gioca nel piccolo college di Saddleback, dove inizia a collezionare cifre importanti (21,6 punti e 10,2 rimbalzi il primo anno; arrivando addirittura a 29,3 e 13,2 nella seconda stagione). Numeri del genere non passano inosservati: arriva la chiamata dalla più prestigiosa U.C. (Univeristy of California Irvine).
A California, sebbene non riesca a portare la squadra al torneo NCAA, diventa un idolo del pubblico grazie a due annate da incorniciare: 27,5 punti e 12,5 rimbalzi il primo anno, 25,2 e 12,2 il secondo, tirando sempre con percentuali a dir poco sontuose (67,1% e 64,2%).
Si tratta di un grande atleta con doti fisiche fuori dalla norma, che gli consentono giocate di potenza nei pressi del canestro, grande rimbalzista, ma dotato di una mano docilissima anche dalla distanza (caratteristica che affinerà nel corso della carriera). Queste qualità ne fanno un grandissimo attaccante e realizzatore, andando a sopperire a qualche magagna quando si trova ad operare nella metà campo difensiva.
Le prestazioni con la maglia di U.C. gli valgono, per entrambe le stagioni giocate a Irvine, durante le quali la squadra totalizza un record di 40-17, il premio come miglior giocatore della Pacific Coast Athletic Association. I suoi record personali, daltronde, parlano chiaro: nel 1981, contro Loyola Marymount, mette a referto 46 punti, mentre nell'82 cattura 25 rimbalzi contro Long Beach State.
La fama raggiunta è ormai su scala nazionale: viene nominato, per le due stagioni a California, nel primo quintetto All-America. Il primo anno è in compagnia di Isiah Thomas, Danny Ainge, Mark Aguirre e Ralph Sampson (i primi tre diverranno campioni NBA, il terzo giocherà una finale). Nel secondo anno, invece, con lui ci sono Quintin Dailey, Sleepy Floyd, Terry Cummings e di nuovo Ralph Sampson. In questa occasione precede, nel ruolo di ala, James Worthy, che finisce nel secondo quintetto, e Domique Wilkins, che viene nominato nel terzo.
Nel libro dei record NCAA è alla posizione numero 8 per percentuale dal campo in carriera (65,6% di media) dove precede, tra gli altri, i nomi di Bill Walton, Larry Johnson, Lew Alcindor (poi Kareem Abdul-Jabbar) e Akeem Olajuwon. Nel 1981 chiude al terzo posto della classifica marcatori, mentre nell'82 compare al quarto posto.
Ovviamente il suo numero 44 viene ritirato (unico esempio nella storia dell'ateneo) e nel '97 viene introdotto nella Hall of Fame di U.C.
Si dice che le sue imprese sul campo, attirando un gran numero di spettatori, abbiano spinto i dirigenti dell'Università a progettare un nuovo impianto di gioco più capiente.
Chiusa la parentesi universitaria è tempo di provare ad entrare nel mondo Nba, che però per Kevin rimarrà solo un sogno. Viene scelto dai Phoenix Suns al secondo giro con il numero 39 nel draft del 1982. I motivi per cui scende così in basso nell'ordine di scelta sono probabilmente dovute, causa infortunio subito durante l'NIT, alle deludenti prestazioni offerte al pre-draft camp di Chicago (Lou Carnesecca, commentando la sua scelta al n.39., dirà "incredibile! Potrebbe facilmente essere matricola dell'anno").
I Suns gli offrono solo un contratto non garantito. La delusione è grande e lo spinge automaticamente a cercare un ingaggio in Europa.
Ed è a questo punto che, forse complici i buoni rapporti tra la Pallacanestro Varese e la famiglia Colangelo, Magee accetta la buona offerta della squadra lombarda ed arriva in Italia.
Per la stagione 82-83, targata Cagiva (vedi domanda iniziale), Varese gioca con Anchisi, Mentasti, Ciccio Della Fiori e, a far coppia con Magee come altro straniero, Cedric "Cedro" Hordges. La squadra chiude una discreta stagione regolare al settimo posto, con un record di 18-12.
In compenso Kevin è inarrestabile: è terzo per media punti a 25,9 ed addirittura primo rimbalzista con 14,8 carambole a partita. Nei playoff, superato il primo turno contro Caserta per 2-1, subisce l'eliminazione nei quarti di finale da Milano (2-0), che perderà poi la finale contro Roma.
Al termine della stagione Varese gli offre un contratto di un anno, che Kevin rifiuta tornando negli Usa per tentare nuovamente la carta NBA. Questa volta il taglio arriva ad una settimana dall'inizio del campionato: non gli resta che tornare in Europa.
La stagione 1983-84 lo vede quindi protagonista in Spagna, dove ancora una volta il suo solido gioco in area, la potenza e le giocate spettacolari ne fanno l'idolo dei tifosi del CAI Saragozza, anche grazie ai 25,5 punti e 10,4 rimbalzi a partita. Il momento clou di quella stagione è rappresentato dalla finale di Coppa del Re, disputata in casa contro il blasonatissimo Barcellona (che aveva vinto le ultime 6 edizioni). Kevin disputa una gran partita e la sua squadra, vincendo 81-78, si aggiudica il trofeo: i tifosi lo portano in trionfo e l'immagine che lo vede bere da una delle caratteristiche boracce, circondato dai tifosi aragonesi, è considerata un'icona del basket spagnolo di quegli anni.
L'esperienza spagnola dura un solo anno: viene ingaggiato dal Maccabi Tel Aviv, dove rimarrà per 6 stagioni. In Israele ha la possibilità di giocare al fianco di grandi campioni (Miki Berkowitz, Doron Jamchi, Lee Johnson, Ken Barlow) e soprattutto di cimentarsi nella competizione europea più blasonata: la Coppa dei Campioni.
Nell'estate dell'84 il fato gli offre la possibilità di prendersi una rivincita su quel mondo NBA che non gli ha mai aperto le sue porte. Ad agosto, infatti, arrivano a Tel Aviv, per un torneo che vede coinvolto anche l'Hapoel, i New Jersey Nets ed i Phoenix Suns (per la cronaca a settembre saranno anche in Italia dove giocheranno contro Varese, Milano e la Vritus Bologna).
Nella prima semifinale i Suns passeggiano contro l'Hapoel, ma nella seconda partita il Maccabi stupisce vincendo contro i Nets grazie a Lee Johnson (37p. e 12r.), Miki Berkowitz (26p.) ed appunto Kevin Magee, che segna 23 punti (per i Nets ci sono 24p. di Albert King, 17 di Otis Birdsong e 13 di Jeff Turner). La finale contro i Suns, nonostante la squadra dell'Arizona sia reduce dalla finale della Western Conference giocata pochi mesi prima, non ha storia: il Maccabi arriva ad avere anche 30 punti di vantaggio e chiude la partita vincendo 113-98. Johnson e Berkowitz sono ancora protagonisti (28 e 20 punti rispettivamente), ma la stella della serata è Kevin Magee, che segna 36 punti prendendosi una bella rivincita su chi non ha creduto in lui.
Nei confini nazionali il Maccabi, come di norma, è dominatore assoluto, e con Magee nel roster si aggiudica 6 titoli consecutivi e 5 coppe nazionali. Come accaduto in Spagna diventa l'idolo dei tifosi, che lo riconoscono e fermano ovunque per un autografo che non viene negato a nessuno. La sua popolarità è talmente grande che la principale azienda israeliana di dolciumi usa il suo nome per uno dei suoi prodotti.
Anche in campo europeo le vittorie non mancano e riesce a centrare 3 finali consecutive di Coppa dei Campioni.
La prima finale, nel 1987, si gioca a Losanna e vede il Maccabi confrontarsi con la Tracer Milano di D'Antoni, McAdoo e Meneghin, guidata in panchina da coach Peterson.
Magee si trova quindi ad incrociare le armi proprio contro il centro italiano, che lo conosce molto bene dati i trascorsi nel campionato italiano.
Proprio la marcatura del grande Dino, molto fisica e spesso ai limiti del regolamento, è uno dei principali motivi del successo della squadra milanese: Magee mal digerisce la difesa di Meneghin, si innervosice e si trova troppo presto gravato di falli, che ne limitano il minutaggio ed il rendimento.
La partita è equilibrata e molto fisica e nonostante i 24 punti di Lee Johnson (Magee si ferma a quota 16 ) Milano la spunta 71-69, grazie ad un grande Premier (23 punti), ben supportato da McAdoo (21) e Barlow (19).
L'anno successivo, in cui la competizione inaugura la formula delle final four, il Maccabi inserisce nel roster proprio lo stesso Barlow, con l'obiettivo di tentare un nuovo assalto al trofeo. L'obiettivo di raggiungere le final four è centrato e la squadra israeliana deve vedersela contro il Partizan di Divac e Paspalj, mentre nell'altra semifinale Milano campione uscente affronta l'Aris Salonicco di Galis e Yannakis.
Milano arriva in finale vincendo 87-82 grazie a 67 punti dei due americani McAdoo (39) e Rickey Brown (28); inutili per i greci i 28 punti di Galis.
Il Maccabi invece la spunta, con il medesimo punteggio, contro il Partizan, che viene demolito da 34 punti di Magee: la finale di Gand vedrà confontarsi le stesse squadre dell'anno precedente.
Anche in questa occasione è Milano (McAdoo 25 punti) che si aggiudica il trofeo, vincendo per 90-84. Magee, limitato nuvamente dai falli e ben controllato da Meneghin, gioca solo 27 minuti realizzando 13 punti e catturando 6 rimbalzi.
Nel 1989 la sede delle final four è Monaco, dove il Maccabi arriva per giocare la semifinale contro l'Aris Salonicco, mentre il Barcellona incontra la Jugoplastika di Spalato dei talenti Kukoc e Radja.
Anche in questa occasione la semifinale vede Magee protagonista di una grande partita, chiusa con 29 punti, guidando i suoi ad una facile vittoria per 99-86.
La finale, però, seppur equlibrata è tutt'altra faccenda: Kucok e Radja mettono a referto, rispettivamente, 18 e 20 punti (per Dino anche 10 rimbalzi), che valgono la vittoria per 75-69 ed il primo di tre trofei consecutivi. Per Magee, che questa volta gioca 40 minuti, ci sono 10 punti, con brutte percentuali dal campo, e 11 rimbalzi.
La delusione per le tre finali perse convince la dirigenza del Maccabi a voltare pagina, rinunciando definitivamente a Magee, che nella stagione 1990-91 ritorna in Spagna al CAI Saragozza, dove nessuno lo ha dimenticato. Certo il suo gioco, rispetto a quanto visto nell' '83, è cambiato: l'esplosività non è più la stessa, ma viene compensata da un efficace tiro in sospensione, mentre l'esperienza acquisita gli consente di essere ancora un ottimo rimblazista.
Chiude la stagione a 25,5 punti e 12,7 rimbalzi (primo del campionato spagnolo) di media e raggiunge, ancora una volta, una finale europea.
Si tratta della Coppa delle Coppe, che il CAI disputa contro il PAOK Salonicco. Sono i greci però a vincere 76-72, guidati da 31 punti di Prelevic e 20 di Barlow (chi si rivede!), mentre Magee
si ferma a 17 punti.
L'anno seguente è la volta di un altro ritorno, questa volta nel campionato italiano con la maglia della Robe di Kappa Torino. Anche a Torino le statistiche parlano di un'ottima annata, con 21,9 punti e 13,4 rimbalzi di media (in due occasioni cattura addirittura 21 carambole). Sempre di rilievo, poi, le percentuali al tiro (63,6% da 2 e 32,7 da 3). La squadra, che vede a roster Abbio, Della Valle, Zamberlan e Bobby Lee Hurt, chiude la regular season al nono posto e viene eliminata negli ottavi di playoff da Caserta.
Al termine della stagione Kevin ha ormai 33 anni e spende le successive stagioni in Francia al Racing Parigi (con 20,6 punti e 13,5rimbalzi) ed un ultimo ritorno in Israele nel modesto Rishon (20,0p, 10,2r).
Terminata la carriera sportiva torna negli Usa con la famiglia, ma ancora una volta il fato gli volta le spalle: il 23 ottobre 2003 muore in un incidente d'auto a 44 anni (lo stesso numero ritirato da California), lasciando la moglie Melanie e i figli Brandy, Jacob e Jeremy.
Chi ha avuto la fortuna di vederlo giocare non può non considerarlo tra i più forti giocatori americani mai venuti in Europa; solo l'essersi trovato di fronte due delle più grandi squadre della storia (Milano e Spalato che in quegli anni vinceranno 5 Coppe Campioni consecutive) gli ha impedito di arricchire, con la gemma più preziosa, un palmares comunque di tutto rispetto.
La sua forza, la sua esplosività, la voglia di attaccare il ferro, l'efficacia del suo tiro e la fame di rimblazi, che hanno contraddistinto la sua carriera, lo collocano di diritto tra i grandissimi (pur non avendo mai vinto il massimo trofeo è inserito nella rosa dei 50 più forti giocatori citati dal sito dell'Eurolega). Impossibile dimenticare Kevin Dornell Magee.
martedì 19 ottobre 2010
10 motivi/momenti per essere un fan dei Lakers
Oddio ai tempi, complice anche il limitato numero di partite trasmesse, la gran parte degli appassionati che cominciavano ad interessarsi a questo mondo si divideva, più o meno equamente, tra il Celtic pride di Bird & C. e gli inquilini del Faboulous Forum di Inglewood. Per la verità qualche tifoso dei Sixers di Doctor J. c'era, ma si trattava comunque di eccezioni.
Mi sono divertito a riepilogare, con il classico meccanismo del count-down, 10 motivi/momenti per essere un fan dei Lakers ed eccoli riassunti:
10 Il capo degli "ultras": Jack Nicholson
9 Coach Phil Jackson
8 Parata per il titolo 1987 Pat Riley dichiara: “I guarantee you we will repeat as champions next year”: sarà back to back
7 La rimonta da -15 contro Portland in gara7 delle finali di conference del 2000
6 Fisher & Horry: l'arte dell'ultimo tiro
5 La rivalità con i Celtics
4 Kobe & Shaq
3 Magic to Kareem
2 Il "junior" sky hook di Magic in gara 4 delle finali '87
1 Lo show time degli anni '80
mercoledì 16 giugno 2010
I pallini di SB
Tonnellate di statistiche (in contumacia Internet era una fonte impareggiabile), commenti interessanti, l'immancabile spazio NBA, anche questo ricchissimo di cifre, ed un tono spesso incline alla polemica, per altro sempre costruttiva, erano gli ingredienti principali. Imperdibile, per gli amanti del genere, lo speciale America che chiudeva la stagione stelle e strisce. Si trattava di un autentico numero enciclopedia su tutta l'attività Usa (oltre a NBA e NCAA c'era addirittura spazio per i migliori prospetti dell'high-school) con montagne di statistiche e albi d'oro di tutte le competizioni e dei principali premi individuali (in era pre-Internet era impossibile trovare di meglio).
Immancabili, poi, almeno per me, i cosiddetti "pallini": micro-notizie presenti qua e là nella rivista. Spesso si trattava di semplici informazioni, ma in altri casi erano veri e propri commenti al curaro, rimostranze, critiche o addirittura piccoli sfottò verso società, giocatori o personaggi in relazione col mondo del basket.
Voglio riprendere l'idea di SB e proporvi alcuni "pallini".
- Il dominio di Siena in campionato non fa bene al basekt italiano e nemmeno alla stessa Siena.
- Il declino del livello tecnico del basket italiano ed europeo è iniziato con l'espansione delle franchigie NBA.
- Bob McAdoo è accreditato del seguente commento: "oggi in NBA ci sono giocatori che ai miei tempi non avrebbero superato il training camp".
- Il basket italiano, se vuole tornare su livelli accettabili rispetto alla sua storia, deve ripartire dal reclutamento.
- Chi critica le attuali telecronache di coach Peterson su SI non ricorda l'importanza storica dei suoi commenti per lanciare il mondo NBA in Italia.
- Chi critica le attuali telecronache di Guido Bagatta su SI fa bene.
- Varese è tornata a vincere, nell'anno della stella, solo dopo aver definitivamente messo da parte ogni confronto con lo squadrone degli anni '70.
- Varese se vuole tornare competitiva deve dimenticare ogni confronto con la squadra della stella.
- La nazionale italiana non è mai riuscita a fare da traino al movimento nemmeno quando vinceva; figuriamoci adesso che fatica a qualificarsi per gli europei.
lunedì 24 agosto 2009
Wild Wes
Reduce da una stagione terminata con l’eliminazione nei quarti di finale ad opera della Scovolini, targata Bianchini e guidata in campo da Norm Nixon (subentrato al tagliato Drew), poi sconfitta in semifinale da Milano (con il famoso episodio della monetina che colpì Meneghin), la dirigenza varesina decide di cambiare volto ed impostazione della squadra.
Partito Joe Isaac ed il suo passing game, che aveva fruttato due vittorie della regular season ed una finale di coppa Italia (persa dopo due supplementari contro la Caserta di Oscar), ma poche soddisfazioni nei play-off, in panchina si siede Giancarlo Sacco.
Sul parquet, invece, la principale novità è il lancio in quintetto di Stefano Rusconi, promettente, anche se inesperto, centro, che affiancherà il navigato ed affidabile Corny Thompson. Confermato il resto del roster (Sacchetti, Vescovi, Caneva, Boselli, Ferraiuolo), con la sola aggiunta del paisà da Vermont Joe Calavita, resta da sciogliere solo il nodo del playmaker straniero cui spetterà il compito di guidare la squadra.
La ricerca si concentra, come spesso accade, sul mercato USA, nella speranza di portare a casa la firma di qualche buon giocatore del sottobosco Nba. Il tempo però stringe e la dirigenza varesina non è ancora riuscita ad inchiostrare nessuno. Si rincorre qualche nome (l’eterno promesso sposo Rickey Green non varcherà l’oceano nemmeno in questa occasione), ma sostanzialmente il piatto piange.
Alla fine viene firmato Wes Matthews; uscito da Wisconsin e scelto nel 1980 da Washington e passato, in successione, anche da Atlanta, Phila, Chicago e San Antonio. Nell’86/87 approda ai Lakers dove, come riserva di Magic giocando una decina di minuti a partita, vince due anelli Nba.
Voci più o meno indiscrete lo danno come “il giocatrore di maggior talento dei Lakers dopo Magic”, affermazione che fa a pugni con la carriera ed i numerosi fogli di via collezionati fino a quel punto. Qualcosa ovviamente a livello caratteriale non torna. Da questo punto di vista è emblematica la fotografia che lo ritrae in maglia Lakers insieme a Xavier McDaniel di Seattle, con quest’ultimo che gli stringe le mani al collo! Risultato finale: gli viene proposto un contratto a gettone.
Visto in allenamento dopo lo sbarco in Italia si ricavano queste sensazioni: altezza inferiore a 1.88, magrissimo, gambe arcuate da cowboy, velocissimo, fa canestro quando vuole, tiro stilisticamente rivedibile ma discretamente efficace anche dall’arco, se passa la palla lo fa o per un assist fulminante o per buttare il pallone alle ortiche, selezione di tiro quantomeno rivedibile, salta come un grillo con conseguenti schiacciate da brivido (accreditato di una 360° già alla high-school). In difesa gioca unicamente anticipando le linee di passaggio degli avversari (soprattutto il primo passaggio del play), per cercare di rubare palloni e buttarsi in campo aperto. Se il giochetto non gli riesce sostanzialmente resta a guardare.
L’esordio in campionato è in casa contro Desio; arriva una facile vittoria con una discreta partita di Wes (19 punti con 7 palle perse, 4 recuperi e 5 assist). Dopo una incolore prestazione in quel di Napoli (coronata comunque da una vittoria) c’è qualcosa da farsi perdonare e a farne le spese è la malcapitata Firenze di JJ Anderson: 37 punti (10/11 da 2 e 5/10 da 3), 4 assist, 5 recuperi e 6 perse. Ovviamente la prestazione è infiorettata da giocate spettacolari: il pubblico varesino ha trovato un nuovo idolo.
La stagione continua con la trasferta di Roma, dove i miliardi dei Ferruzzi hanno portato nella capitale Brian Shaw e Danny Ferry. Arriva un’importante vittoria di due punti e Wes si “limita” a 21 punti in 29 minuti.
All’appuntamento del derby contro Milano, Varese arriva quindi con una striscia aperta di 4 vittorie, che alimentano le speranze per una grande stagione. Anche questa volta Matthews non tradisce le aspettative e sciorina tutto il repertorio contro la squadra di McAdoo: 34 punti (11/13 da due), 3 recuperi, 5 assist e 8 perse. Milano soccombe e la sensazione è che agli uomini che coach Casalini gli alterna in difesa serva almeno uno scooter per non perdere le tracce dello scatenato ex-Laker, che vola come un indemoniato in contropiede ogni volta che ne ha la possibilità. Ciliegina sulla torta schiaccia in testa a McAdoo: il pubblico varesino è ormai ai suoi piedi.
Il prossimo avversario è la Virtus Bologna di Michael Ray Richardson e a questo punto è chiaro che contro giocatori dall’illustre passato Nba Matthews ci tiene a far bene. Questa volta si sfiora la tripla doppia con 28 punti (7/11 da 2 e 3/5 da 3), 7 rimbalzi, 9 recuperi e 4 assist. Oddio ci sono anche 11 palle perse (seconda peggior prestazione nella storia del basket italiano), ma Bologna finisce asfaltata a meno 23, con tanto di rissa tra Richardson e Wes.
Arriva la trasferta con Cantù e dopo pochi minuti Matthews ha già inchiodato una schiacciata in mezzo ai lunghi avversari. Concluderà con 20 punti, 7 rimbalzi e 4 assist. Le palle perse questa volta sono 6, ma arriva la settima vittoria consecutiva.
La striscia vincente si conclude tre giorni dopo contro Montecatini: Wes ne mette 15 con 5 assist, ma Mario Boni, che mette a referto 35 punti, è inarrestabile.
Con il successivo impegno di Treviso Varese ritorna alla vittoria, con Matthews da 16 punti e solo due palle perse. Nel frattempo la popolarità del nostro è alle stelle; arriva la copertina de “I Giganti del Basket” (nel servizio si fa ritrarre con alle dita i due anelli Nba) e, quasi a furor di popolo, il contratto fino al termine della stagione. Contemporaneamente iniziano a circolare voci di episodi poco edificanti, come l’abitudine di partecipare alle riunioni tecniche ascoltando musica in cuffia (con relativi sguardi fulminanti di coach Sacco al suo indirizzo). Sembra poi che, in occasione di una seduta di allenamento, si presenti in campo indossando i pantaloni della tuta; dopo una serie di intemperanze coach Sacco lo invita ad andarsi a cambiare e Wes, prima di imboccare il tunnel degli spogliatoi, si abbassa i pantaloni della tuta per mostrate che sotto indossava ….un paio di jeans (!!), segno evidente che la cacciata era assolutamente premeditata.
I pettegolezzi, o presunti tali, non fermano la voglia di vincere della squadra, che batte anche Livorno con 25 punti e 4 assist del playmaker americano.
Ovviamente viene convocato per l’All Star Game di Roma, dove si sfidano due selezioni rappresentanti del Nord e del Sud. Vince il Sud, ma i numeri di Wes, che segna, 35 punti lo impongono come Mvp dell’incontro. A macchiare la prestazione ci pensa la rissa finale con Oscar, dove vola anche qualche pugno, con tanto di match di rivincita disputato negli spogliatoi.
Dopo l’All Star Game arriva la sconfitta contro la Fortitudo Bologna. Wes segna 19 punti con 3 recuperi e 2 assist: il sacro fuoco che lo aveva fatto volare nelle prime gare sembra essersi affievolito. Ad ogni modo con 24 punti e 4 assist viene sconfitta anche Pesaro, che fino a quel momento aveva perso solo a Bologna.
Nella trasferta di Caserta succede l’irreparabile: a partita finita (persa di 7 punti) Wes (autore di 24 punti) avvicina l’arbitro Zeppilli e, a detta di questi, gli sputa addosso. Il risultato è prevedibile: squalifica di 4 giornate (poi ridotte a 3). La dirigenza, spinta anche da coach Sacco che non lo ha mai sopportato, decide di tagliarlo. L’ultimo lampo del folletto americano su un parquet italiano è il seguente: palla nell’angolo, finta di tiro da 3 sulla quale il difensore abbocca, penetrazione fulminante sulla linea di fondo e schiacciata a due mani sull’inutile aiuto del lungo avversario.
La decisione di tagliare Matthews viene presa malissimo dalla tifoseria che, nel successivo impegno casalingo contro Reggio Emilia (nel frattempo era giunta la sconfitta contro Reggio Calabria), minaccia di contestare la squadra. La partita inizia in un’atmosfera irreale, con il pubblico più impegnato a discutere di quanto deciso dalla società che a seguire quanto accade in campo. Improvvisamente il colpo di teatro: dall’ingresso dei parterre indossando una cappotto degno del Dottor Zivago con tanto di colbacco (!) entra Matthews, che prende tranquillamente posto tra le prime file. Il pubblico reagisce con un boato e scandisce a gran voce il nome del nostro, che risponde con un cenno della mano e inizia a firmare autografi. I suoi ex-compagni perdono la partita.
L’ultima chicca, si dice, è il regalo di Natale che fa recapitare a tutti i compagni; rappresentato da un enorme cesto di frutta. Il conto viene fatto recapitare alla società.
A sostituirlo viene chiamato Frank Johnson, detto “la rana”, solido play ex Nba. Con lui Varese, che si conferma una signora squadra, arriva fino alla finale scudetto contro Pesaro, dove, causa anche il ginocchio di Sacchetti finito sbriciolato in gara-2, viene sconfitta in quattro partite.
Intanto Matthews, dopo un decadale con Atlanta, finisce a sbarcare il lunario tra le Filippine e le leghe minori USA; sul suo comportamento dentro e fuori dal campo si allungano le ombre dell’utilizzo di una certa polvere bianca niente affatto legale.
Queste voci non possono però intaccare il valore di un giocatore unico, capace di regalare lampi incredibili e far balzare in piedi chi ha avuto la fortuna di assistervi. Se bastano solo 13 partite giocate (10 vittorie e 3 sconfitte) per rimanere, a vent’anni di distanza, nei ricordi di chi ha vissuto quello scampolo di stagione, vuol dire che Wes resta uno dei più talentuosi giocatori visti a Varese, e la cosa non è da poco.
Appese le scarpe al chiodo Wes ha lavorato come preparatore con alcuni giocatori Nba ed allenato nelle minor league americane. Suo figlio Wes Jr., dopo la carriera universitaria a Marquette, ha buone possibilità di entrare nella Nba.
martedì 8 gennaio 2008
Perchè questo blog
Questo blog riporta racconti, idee, commenti e pareri su questo "mondo".